mercoledì 1 settembre 2010

MAI UGUALE A SE STESSA: MASSA VECCHIA

Tramonto sul Tirreno, spiaggia di Marina di Grosseto. Ogni sera è diverso. Per Ferragosto fu fantastico, perfetto: il sole atterrò sull'acqua come una palla di fuoco, esattamente nel lembo di mare a metà tra il profilo del promontorio che termina con Punta Ala e l'Isola d'Elba, in un cielo limpidissimo. Un' altra sera creò un fascio a raggera che tagliava i bordi di una nuvola grigia. E una volta sparì dietro la foschia molto presto, lasciando un po' di amaro in bocca a chi si era appostato sulla battigia per assistere al maestoso spettacolo di luci naturali. Ogni sera c'era attesa: vediamo come tramonta stasera...

 Francesca ci da appuntamento a metà pomeriggio. Ci attende pazientemente fuori dalla cantina. Pazienza, disponibilità, attenzione: atteggiamenti inusuali, parole importanti, con un rimando esatto quando si vestono attorno ad una giovane produttrice che fa della "coerente incoerenza", o "coerenza incoerente", un baluardo e un simbolo di libertà espressiva. Le radici sono importanti, dirà in cantina tra un sorso e l'altro. La terra d'origine, il continuo confronto amorevole tra uomo e natura. La base da cui partire per la sperimentazione, o meglio, per gli adattamenti che la natura richiede ogni anno. Si prova, si cambia, si scarta, si prende, si aggiusta. E ogni anno si raggiunge una linea di vini prodotti che è l'esatta figlia del lavoro fisico e mentale di un anno tra vigna, cantina e aria, dove i pensieri possono diventare castelli. Ma che a Massa Vecchia si concretizzano quasi sempre in bottiglie artigianali che possono definirsi "pezzi unici", "opere d'arte irripetibili", un vino fatto unicamente con mani e pensiero e mai con le macchine. La linea dei vini si modifica ogni anno, anche se da almeno dieci anni Fabrizio e Patrizia prima, Francesca adesso, tendono a offrire la gamma completa: bianco, rosato, rosso, passito, grappa. Letti così sembrano un elenco burocratico di una qualunque produzione industriale. Niente da fare. Anche qui tutto è mutabile. Le bottiglie sono poche, in tutto 14.000. Capita l'anno in cui i bianchi non vengono fatti (come nel 2008, pessima annata) oppure se ne fanno due; il rosato è a base di cabernet sauvignon con aggiunta di malvasia nera (nel 2005) oppure merlot e malvasia (nel 2006, ultima uscita); il vino da tavola è un taglio bordolese oppure sangiovese. Come giocare a 1-2-3 stella, ogni volta che riapri gli occhi (il tempo tra una visita e l'altra) e devi scoprire con i tuoi occhi cosa si è spostato, cosa c''è di diverso nella micro-produzione di Massa Vecchia.
Sono venuto per osservare, per parlare con Francesca e per assaggiare. Non ripartirò deluso.
Come si sa, siamo proprio sotto Massa Marittima, poco prima degli ultimi chilometri per il mare, per Follonica e Scarlino. Quando ero ragazzo passavo davanti al cartello giallo "Massa Vecchia", probabilmente lo stesso di oggi, è mi chiedevo cosa ci fosse su per quella stradina. Mi immaginavo scavi etruschi o resti alto-medievali o chissà cos'altro. Solo in età matura scopro che se venti e più anni fa avessi avuto la curiosità di svoltare e percorrerla quela stradina, avrei forse trovato Fabrizio Niccolaini intento a fare esperimenti con le prime uve o a lavorare in vigna, stivali nel fango.

Ma torniamo ad oggi, senza scorgere particolari cambiamenti negli intenti, rispetto ai primi tempi pionieristici. 
 Gli interventi nei piccoli appezzamenti, 3 ha a circa 200 mt slm, sono ridotti al minimo: tutto è manuale, sovescio a febbraio su terreno piano e fondo calcareo e sedimentario, letame autoprodotto, zero pesticidi. Le botti e le barrique, di quinto passaggio, hanno il solo scopo di contenere e far respirare il vino. Vengono svuotate e lavate solo con acqua calda, quindi i tartrati, il deposito, resta all'interno, anno dopo anno e costituiscono una madre cui attingono i vini successivi. Se le barrique restano vuote per lungo tempo ci bruciano dentro uno zolfanello, e basta. La solforosa è quella naturale, normalmente tra i 15 e i 20 mg/l, al massimo un piccolo saldo in certe annate dove i rapporti tra acidità, alcol e solforosa naturale non sono ottimali, per avere comunque un totale di 20 mg/l,. Pochi mg all'imbottigliamento, e non sempre. Questo per assicurare un minimo di stabilità al vino, soprattutto  i bianchi che devono viaggiare oltreoceano.
La domanda è sempre la stessa: come è possibile fare vino buono, che possa durare (e dura!) nel tempo, senza aggiunta di solforosa? E' possibile, ma occorre sperimentare molto ed essere disposti a buttare via svariati ettolitri di vino negli anni, intere botti, prima di trovare "la giusta misura", i tempi e le modalità naturali per questa operatività al limite. Proprio quello che ha fatto Fabrizio negli anni novanta.

Le temperature in fermentazione sono lasciate libere. I 2009 rimasti nelle troncoconiche hanno bloccato la fermentazione ad ottobre, causa il brusco abbassamento della temperatura e l'hanno ripresa in primavera 2010, per cui hanno tuttora degli zuccheri da smaltire e non hanno ancora iniziato la fermentazione secondaria, quindi in ritardo rispetto al solito e con necessità di un affinamento più lungo.
Nella cantina, molto spartana e verace, riposano fianco a fianco i bianchi e i rossi, i passiti e il rosè, assieme alla raccolta privata delle vecchie bottiglie non in vendita.
Da botte, partiamo con il bianco 2009, vermentino e malvasia. La malvasia, profumatissima, è ancora soverchiante, la nobiltà del vermentino uscirà alla lunga distanza, riproponendo una sintesi tra dolce e acido, tra bevibilità e capacità di invecchiare bene.
Da bottiglia, in commercio. Il Rosato 2006, quest'anno 60% merlot e 40% malvasia nera (nel 2005 cabernet e malvasia nera), scuro e carnoso, una bocca che si espande e si allunga con un incedere contemporaneamente pieno e fresco, di bevibilità debordante.
Da barrique. La Querciola 2008, 80% sangiovese e 20% alicante, prodotto in ogni annata dal 2002, una delle poche costanti dell'azienda, con volatile e vinosità ma già in grado di esprimere la ricchezza e la profondità del terreno che le vecchie radici hanno potuto estrarre dalle profondità maremmane.
A riposare su barrique vecchie di fine anni '90 (solo due per annata) uno splendido e profondissimo Passito 2009, da uve aleatico.
La Grappa è fatta da Vittorio Capovilla, con distillazione a bagnomaria, integra e profumatissima.
E' affascinante pensare che ogni botte o barrique contiene una madre che è la storia delle annate precedenti. E che il vino, per di più naturalissimo,  riflette questa sosta nella storia delle annate di Massa Vecchia. E questo è solo uno dei mille motivi per cui tornerò presto da Francesca, fosse anche solo per comprare qualche altra bottiglia...


3 commenti:

  1. E' vero Davide...anche io ho percorso quei luoghi nell'infanzia, prestando gia' attenzione all'ambiente visitato dagli occhi. E ricordo benissimo quel cartello “Massavecchia”, di colore giallo, mai intenso e subito opaco, quasi a presentare sin dai suoi primordi la filosofia dell'Azienda. Nessuno sfarzo, pochi fronzoli e solo idee sane, creative e pur sempre nel rispetto del naturale ciclo biologico di ogni essere. Animale o vegetale, poco importa!

    Scoprire, a distanza di anni - venti per l'esattezza -ch quel cartello vive sempre, con gli stessi colori e esprimendo lo stesso fascino, stimola ancor più la curiosita' di studiare cosa si manifesta dietro, quello che e' creato all'interno. E allora, segue una visita, un percorso senza eguali nella maremma, ove si sentono valori etici, sociali, vivi e pronti a emozionare la tua persona. Massavecchia, il fulcro di di sincera cultura di una coltura, la vite, che e' custodita con passione e determinazione. Il prodotto di un duro lavoro di campo, si trasforma in succo di un insolito profumo, tanto e' naturale, etereo nella persistenza gustolfattiva e affascinante nel ricordo dell'assaggio. Storia, passione, dedizione, spirito di abnegazione, coraggio e bella determinazione, fanno di Francesca un punto saldo e inscindibile di Massavecchia. Complimenti Francesca.

    E a Lei, desidero esprimere un vivo, grazie! Emozioni tali si provano raramente. Prenoto anche io l'ulteriore visita...non si puo' non assaggiare e poi conservare i bianchi, cara Francesca.

    Saluti vinosi e naturali,
    Bruno Forieri.

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  2. La quasi contemporaneità (sarebbe stata contemporaneità se non che è molto complicato il reperimento dei prodotti massa vecchia a torino)dei due interventi su Massavecchia, secondo me sottende a una nuova volontà di ricerca di vini con l'anima o almeno con qualcosa da dire o da da far dire.
    forse siamo stufi delle barbie wine.
    bel post, l'avessi scoperto prima copiavo.
    ti aspetto a torino davanti a una pappa al pomodoro del Bordò (per me Sabaudo è ottima).

    luigi
    www.gliamicidelbar.blogspot.com

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  3. chi di geografia colpisce di geografia perisce.
    nel post di F.Sarri il barolo di Rinaldi è Cannubi (famosa collina di Barolo) e non Cannubio.
    al di là del mot d'esprit il tuo è un interesantissimo blog.
    con augurio
    luigi

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