lunedì 4 ottobre 2010

PASSEGGIARE E TROVARE PER STRADA UN VINO AMICO



Strana e irrituale occasione per bere. Esco questo pomeriggio per una passeggiata domenicale. Arrivo in Piazza del Campo, vero ventre materno per ogni senese DOC. Attirato da un po' di movimento, vado verso "l'Entrone", che non è altro che l'accesso principale del Palazzo Comunale e mi trovo quindi nel Cortile del Podestà. Sorpresa, l'Associazione Cuochi Senesi e l'AIS di Siena hanno organizzato assaggi gastronomici e una degustazione libera, con tavole ben imbandite, sommeliers in uniforme d'ordinanza e cuochi biancovestiti intenti a cucinare sul momento. Bello! Chiaramente il mio sguardo va di default a controllare quali vini vengano serviti. Noto in un angolo, proprio in fondo, una bottiglia di Salvino, il vino di Filippo. Anno 2005, mi faccio dare la bottiglia per leggerne divertito l'etichetta (che conosco ormai a memoria) e leggo la gratificante ultima riga: "Espressione del precedente stile locale". Sangiovese, canaiolo, malvasia, trebbiano del podere,  come il conte Bettino ordinava. Genio e aplomb oxfordiani, non resta che berlo, visto il gentile e inaspettato assaggio offerto.
Il colore rubino molto chiaro mi da serenità. La volatile al naso mi riporta a dolci rusticità che qualcuno vorrebbe sopprimere, in nome di un tecnicismo sterile e omologante. La beva è spiazzante, da una parte la nettissima mammola, dall'altra sferzate acide inusuali, la componente bianca si dimena e scalcia. Il tutto si ricompone subito in una beva gentile e soave, recuperando un finale amabilmente rustico, verace ed empatico. Penso subito ad un piatto di pappardelle al cinghiale della mia nonna, quando il mio povero zio ci raccontava di come lo aveva "padellato" alla prima e "morto" alla seconda, con sonoro e gesti di  doppiette. Dicevo del Salvino, compagnone, da non bere senza complemento gastronomico, non è un campione di degustazioni, non è da descrittori "antani con supercazzole", come dice il deus ex-machina, l'amico Andrea Pagliantini (che saluto). Andrea e Filippo lo fanno proprio pensando alla condivisione, alle salcicciate al Campino del Paiolo con il sole o ad una tavolata davanti al camino in inverno.

Amo bere vini fatti da persone con cui condivido la visione e l'approccio incompromissorio in vigna e cantina. Il fatto che sia vino dalle premesse chiare e dagli esiti non schematizzabili è motivo di ulteriore compiacimento. Presto a Podere Erbolo, da Filippo Cintolesi (che saluto), per un giro in vigna, in cantina, possibilmente bevendo Salvino (ma non solo) e mangiandoci qualcosa dietro, anche un panino con la finocchiona andrebbe benone.
Filipo Cintolesi, trattamenti zolfo (foto di A. Pagliantini)

4 commenti:

  1. E se ti dicessi che il 7 settembre una grandinata portò via mezza uva e fu organizzata una vendemmia in fretta e furia per salvare il salvabile del 2005 a suon di pennellate al signore?

    RispondiElimina
  2. Quindi quante bottiglie ne uscirono in tutto?

    RispondiElimina
  3. Poco più di mille bottiglie e una trentina di magnum da litro e mezzo..

    RispondiElimina
  4. filippo cintolesi11 ottobre 2010 20:39

    Sono stato in dubbio se intervenire o se per discrezione starmene da parte. Mi parrebbe pero' un eccesso di aplomb rimanere sulla seconda opzione. E' quindi con un certo rossore che ti/vi ringrazio pubblicamente di questo pensiero che, non lo nascondo, mi ha colpito e commosso. Detto a ciglio asciutto ma pur sempre con una certa emozione. Felice di constatare che il vino e' di vostro gradimento.

    RispondiElimina